sabato 9 luglio 2016

"Amare è aprirsi a Dio e all'altro". Gli sposi si raccontano a Eliseo.





“Le persone che dentro di sé hanno un vuoto non risolvono mai i loro problemi grazie alla fusione con un’altra persona dimezzata. E’ sempre condannato al basso il volo di due uccelli con le ali spezzate.” (Irvin D. Yalom, Guarire d’amore, storie di psicoterapia, Raffaello Cortina editore)






Dopo l’ultimo articolo scritto per il blog: “Sono destinato a non amare?”, ho ricevuto delle risonanze bellissime da alcune coppie di sposi. Così ho pensato di raccoglierne alcune per creare una sinergia tra loro e chi come me è solo.

Le testimonianze che ho chiesto di scrivere a questi miei amici (non gente famosa, ma persone normali, come me e te), hanno lo scopo di dimostrare che la sorgente di ogni amore è solo Dio, e che ogni forma di amore umano, anche quella che noi riteniamo la più bella e dissetante, è insufficiente se Dio non la irriga.

Patrizia dice:
“Anche un marito o una moglie, per quanto amore ti potrà dare, non colmerà le tue voragini, la tua sete d’amore, la tua insicurezza”. Se mi aspettassi questo da Andrea, divorzierei oggi stesso. Credo che il nostro cuore chieda amore infinito perché fatto per l’Amore Infinito .”
Con queste testimonianze voglio incoraggiare i ragazzi che come me vogliono vivere la loro affettività in comunione con la Chiesa cattolica, a fidarsi di Dio, a trovare in Lui la risposta al loro bisogno d’amore. Ripeto: Dio non ci chiede di rinunciare a nulla. Scopriamo l'amore al quale siamo chiamati e non caschiamo nelle trappole che il mondo ci propone.

Chiara riprende una delle tematiche del mio articolo precedente, l’illusione dell’amore romantico. Chi più di una coppia di sposi può raccontarci dei pericoli che si nascondono nell’idealizzare troppo questo tipo di sentimento?
“Anche io ho scoperto presto il fardello con cui nasciamo e cresciamo: che l’amore trova tutto il suo compimento e la sua massima espressione nella passionalità, intesa come sensualità romantica. Algoritmo per cui, se non si va bene “a letto”, il rapporto è CERTAMENTE sbagliato. Io ho imparato che non è affatto così, che la sessualità o la passionalità sono estremamente sopravvalutate. Non voglio negarne l’importanza, anzi! Se ci sono delle difficoltà è DOVERE lavorare insieme per comprenderne le cause e “migliorare”, per goderne appieno. Il mio “ti amo” passa anche dal corpo e non può prescindere da esso. Ma non si può pensare che un rapporto d’amore sia basato esclusivamente sul romanticismo passionale. Quella è “pancia”, va e viene, va educata non può essere presa a fondamenta del rapporto. L’amore ha più a che fare con la volontà che con la “pancia”, con il desiderio, sì, ma di far felice l’altro perché è così che divento felice anche io. Chi ci ha fatti, ci ha creati paradossali: più diamo più ci arricchiamo, più ci educhiamo e più ci sentiamo liberi.”
E’ vero amore quello che pensa che l’altro sia in funzione dei nostri bisogni, e della nostra felicità? Patrizia dice:
“Che l’altro “non basta” è un vissuto “continuativo”, una sorta di leitmotiv. Andrea è una gioia grandissima, enorme, è la compagnia del mio vivere, è il bel pensiero che accompagna e rallegra ogni momento della mia giornata quando siamo distanti, è la persona più importante che ho al mondo, quella per cui affronto volentieri tante fatiche che altrimenti nemmeno oserei guardare, è la “pace” dopo le tante tempeste delle giornate lavorative, è la “casa” dove mi sento al sicuro, l’amico-fratello-sposo di cui mi posso fidare, è qualcosa di bellissimo e preziosissimo a cui non vorrei mai rinunciare per niente al mondo …ma non è la Pienezza. Anche quando tutto va per il meglio, anche quando ti vuoi bene e sei contenta del tuo matrimonio, senti sempre che comunque l’altro “non ti basta”, senti sempre quella ferita sanguinare, quel “buco” di amore di cui parli nel tuo articolo: un vuoto profondo, incolmabile che l’altro non può mai riempire.

Forse, l’insufficienza che sento, talora, sì, può essere molto parzialmente spiegata dal fatto che la sensibilità femminile è, comunque, diversa da quella maschile (Andrea, poi, è proprio diversissimo da me!). Ancora, l’insufficienza è sicuramente legata ai limiti oggettivi che inevitabilmente ogni persona ha: conosco bene i difetti di mio marito e, a volte, quando la vita mi rende più affaticata (se appunto, non attingo Altrove!), mi pesano fino a schiacciarmi e non riesco a sostenerli.

Ma tutto questo non basta affatto a spiegare l’insufficienza che sento, perché credo che si tratti di una mancanza più profonda, rispetto ai nostri diversi linguaggi o ai nostri reciproci difetti. Credo che quella che sentiamo sia una ferita, una mancanza “strutturale”, “ontologica”: l’altro non è infinito come invece è infinito il nostro bisogno di Amore. E se mi fossi sposata con l’aspettativa che fosse stato mio marito a dover riempire questa infinita fame di Amore, credo che presto avrei potuto provare nei suoi confronti solo delusione, amarezza e probabilmente risentimento e rabbia. E invece lo amo.

Mi viene in mente il Pensiero 68 di Leopardi quando parla del “non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto...”

O anche S.Agostino, che poi, di fatto, dice la stessa cosa di Leopardi: “Ci hai fatti per Te e il nostro cuore è non trova pace finché non trova Te”
Da tutte le testimonianze dei miei amici emerge che proprio quell’amore che noi sogniamo per placare la nostra “fame di carezze”, in realtà funziona solo nel momento in cui, invece di usare l’altro come “analgesico”, moriamo a noi stessi per lasciare spazio all’altro, anzi all’Altro.

Mamma Enrica dice infatti:
“Senza l’abbandono graduale di quell’io originario che tutto vuole per sé, non si attraverseranno mai le vere porte del vero dono che è il matrimonio: una misericordiosa meraviglia!”
e Giovanni:
“Mettendo Dio al primo posto siamo sempre pronti a mettere l’altro prima di noi. Questo accade dalle piccole alle grandi cose: dal mettere (nel mio caso) Angelica prima di una partita importante del campionato, all’andare a fare delle analisi che riguardano la nostra vita di coppia.”
Non solo però morire a sé stessi per l’altro, ma per gli altri. Infatti Enrica mi racconta che la vera gioia per la loro casa è stata farsi famiglia per gli altri, nonostante le croci che non le mancano. Enrica per me è un esempio evidente di come la croce vissuta nella fede possa diventare un dono. Enrica mi racconta di un’esortazione che ad Assisi le ha cambiato la prospettiva familiare:
“E poi? Quando ti sei sposato e stai bene con tua moglie? E poi? Hai un bel bambino, ecc. ecc., ma ti manca sempre qualcosa…" diceva quel sacerdote.
Questo tormentone, questa che io chiamo "sana inquietudine" (scrive Enrica) continua ad accompagnarci ancora oggi, dopo trenta anni di matrimonio, tre splendidi figli, una comunione fisica e spirituale perfetta fra di noi. E’ come una porticina sempre aperta attraverso la quale il mistero dell’amore di Dio entra all’improvviso e ti illumina fino a farti traboccare il cuore.
Alcuni esempi di questo surplus di benevolenza e tenerezza di Dio nella nostra vita familiare e dico familiare perché ci ha coinvolti tutti, persino Paolino che all’inizio aveva appena quattro anni, sono stati i nove piccolissimi “mostrilli” come li chiamava Anna, l’assistente sociale che ci seguiva, che abbiamo accolto nell’arco di circa 10 anni di affido familiare. Nove piccolissimi non riconosciuti alla nascita che poi sono stati adottati da altrettante famiglie che hanno vissuto la loro sala parto in casa nostra. Anche qui ci sarebbe così tanto da dire, perché ogni volta, ciascuno di loro e delle loro famiglie, ci ha sempre lasciato qualcosa di speciale che ci ha aiutati ad entrare sempre di più in una dimensione universale di amore e gratitudine (attraverso un bimbo di pochi giorni giungere alla consapevolezza tangibile di un progetto di bene infinito su ciascuno di noi… è come un piccolo immenso miracolo)…poi tanti altri incontri, l’attenzione verso persone in difficoltà, i nostri stessi nipoti, o figli dei nostri amici, tanti diversi modi per essere genitori e trasmettere cura ed amore, a volte anche solo una carezza o un sorriso…un “e poi” che si fa carne ogni giorno.
Non possiamo né vogliamo sapere dove ci condurrà questo tormentone sottofondo della nostra piccola storia della nostra piccola famiglia, ma i nostri cuori, il mio e quello di Carlo sono rimasti giovani (al contrario del resto…sigh).
Ecco questa è la nostra piccola e semplice esperienza, con tutti i nostri limiti e debolezze umane, ma sempre illuminata da un Padre che ci custodisce, ci chiama per nome e furbetto ci dice:<<Ehi, ragazzi…sveglia…E POI?>> .
Anche Giovanni mi parla del desiderio suo e di sua moglie di aprirsi agli altri (33 anni):
“Con Angelica ci siamo detti da subito di voler essere una famiglia missionaria, annunciare ciò che di bello Dio ha pensato per noi e per le famiglie, senza peli sulla lingua e senza fare battaglie inutili e sterili: difendere la famiglia sì, ma testimoniarne la bellezza è molto più importante. Per questo motivo sin da subito abbiamo detto che la nostra casa non ci appartiene, il suo vero proprietario è Gesù e siccome le porte del suo cuore sono sempre aperte per chi vuole entrare anche quelle di casa nostra lo sono. Ci piace essere una famiglia ad immagine di Cristo.”
Di Giovanni, Enrica, Patrizia e Chiara mi colpisce il fatto che non hanno parlato delle sofferenze che vivono. Vi assicuro che queste testimonianze non arrivano da gente a cui va tutto bene, a cui si potrebbe rispondere: “la fate facile voi”. Le loro parole sono provate al fuoco.

La sensazione che hanno suscitato in me le loro storie è quella di guardare all’amore in modo diverso. Un amore che ha davvero poco a che fare con quello dei film. Un amore che smaschera quel "romanticume" che fino a poco tempo fa mi sembrava così importante. Un amore che ha ben poco a che vedere con il mio desiderio di dormire vicino a qualcuno, di un bacio, di un abbraccio o di una carezza. Bisogni reali, ma piuttosto piccoli, davanti alla complessità dell’amore, fatto di dono di sè, di amicizia, di solidarietà, di fatica, e di una bellezza che va oltre la transitorietà. Un amore che posso vivere anche io, senza per forza formare una famiglia o avere un compagno.

Leggendo del loro amore sudato e appassionante come una maratona, scopro che per essere felice non ho bisogno di una carezza, ma ho bisogno di vivere, di aprirmi agli altri, di mettere a disposizione quello che ho, perché è proprio a forza di aspettare, cercare o idolatrare quella carezza, che si finisce col restare soli.

giovedì 30 giugno 2016

Sono destinato a non amare?




"O Maestro, fa' ch'io non cerchi tanto: (...) Essere amato, quanto amare." (San Francesco d'Assisi)



Tante volte noi ragazzi omosessuali cattolici siamo presi dallo sconforto, ci sentiamo soli e ci domandiamo se dovremo vivere tutta la vita da soli, dato che la Chiesa ci chiede di vivere la castità. Vogliamo seguire Gesù, eppure a volte questo desiderio non è abbastanza forte da placare i morsi della solitudine. Rinunciare ad una storia d’amore ci sembra qualcosa di eroico.

Facile per quelli che non hanno i nostri problemi dare consigli, facile fare i santi con le croci degli altri.

Oggi voglio darti un nuovo spunto di riflessione. Qualcosa che forse ti sconvolgerà.

Sono convinto che la storia non ci ha insegnato cos’è il vero amore. Da sempre si è imposta una visione romantica dell’amore che non è completa. Tutti quelli che vivono soli sono convinti che gli manchi qualcosa di cui, in realtà, non hanno bisogno veramente.

La tecnica è un po’ quella della pubblicità. Per spingere a comprare bisogna sollecitare o creare un bisogno nel potenziale acquirente. Stanno sollecitando il nostro bisogno di amore. Il vero amore è dono di sé, non un bisogno. C’è più gioia nel donare che nel ricevere, ma il dono non rientra nell’ottica del consumismo. Il consumismo sa che il nostro bisogno d’amore non sarà mai sazio e punta su quello, così da spingerci a cercare di colmarlo con ogni cosa: compreremo tutto, useremo, getteremo e compreremo ancora, senza mai essere sazi.

Beh quello che voglio dirvi è che ci stanno imbrogliando! Ci stanno facendo credere che l’amore sia solo quello degli innamorati, del colpo di fulmine, delle lenzuola e della luna di miele. Ogni amore è bello e non sminuirò mai l’amore romantico, non è questo il senso di ciò che sto scrivendo. Ma ci avete fatto caso? L’amore celebrato nella nostra epoca esplode con il primo rapporto sessuale, raggiunge il suo coronamento con il matrimonio, si spinge al massimo al primo figlio e poi, stop. C’è un lasso di tempo che non interessa la narrazione contemporanea sull’amore. Fino a che improvvisamente ritroviamo un matrimonio ridicolizzato, diventato, chissà come mai, la tomba dell’amore.

La rappresentazione di questo “amore romantico” ci ha cucinati per bene. Siamo una generazione di romanticoni, poco inclini all’amore vero. Siamo innamorati dell’amore, ma non sappiamo amare. Tutti abbiamo abboccato all’imbroglio del romanticismo e chi è solo si sente l’unico sfigato della terra.

A noi omosessuali viene suggerito dalla Chiesa di vivere l’amicizia e non una relazione di coppia. Quante volte mi sono domandato e mi avete domandato: “Ma allora sono destinato a non amare?”

Ho una bella notizia: tu sei stato creato esattamente per amare! Tu sei stato creato per consumarti di amore! Per amare fino alla fine e fino all’ultima goccia del tuo sangue. Per vivere una vita appassionante, travolto dalle acque impetuose dell’amore.

Mi dispiace per chi pensa che l’amore di Dio sia una sublimazione dell’amore vero. E’ proprio il contrario. Non c’è nulla di più vero dell’amore di Dio che ti ha creato e che ti fa vivere. Forse invece è vero che i nostri amori umani sono solo la caparra di quell’unico Amore che ci colmerà.

Quante volte sento e mi raccontate del vostro bisogno di carezze, di abbracci, di parole dolci. Mi domandate se è peccato accarezzare! Ma no caspita! Non è peccato abbracciarsi, non è peccato essere teneri. E’ la nostra missione, la tua missione: mostrare al mondo la bellezza e la delicatezza di un’amicizia generosa, la dolcezza e la tenerezza materna di Dio padre.

Coraggio! La solitudine che vivi è una menzogna! E’ un’illusione! Uno spettro! Prendi autorità sulla tua solitudine. Decidi di infrangere questo specchio deformante della tua vita. Non sei solo. Tu sei degno di essere amato, e di amare. Esci dalla tua tana, e cerca luoghi dove sgorga acqua viva. Sia Dio il tuo primo amore e il tuo primo amico e non ti farà mancare padri, madri, fratelli, sorelle, figli.

Vivi l’amicizia. L’ho scritto altre volte: è l’amore più grande di cui parla Gesù. Non credete a quelli che vi dicono che l’amicizia è un sentimento di serie B, non credete a quelli che dicono che il loro compagno non potrebbe mai essere il loro amico. Sono storie destinate a finire, o forse sono già finite.

Ripeto: dare la vita per un amico, dice Gesù stesso, è l’amore più grande che ci sia.

“Sono destinato a non amare?”. Ti rispondo: “Ma tu ami te stesso?”. Tu che sei pronto ad amare chiunque ti faccia un sorriso e non sei capace di avere pietà di te, di perdonarti, di consolarti. Amati!

Ti prendi cura, provi compassione per chi è in difficoltà? Io nel mio piccolo, da quando mi dedico ai bisogni degli altri, affronto i miei in modo nuovo. Aiutare gli altri spesso significa aiutare sé stessi, guardare ai propri problemi con una distanza che ti permetta di trovare nuove chiavi di lettura. Aiutare gli altri ti dà una ragione in più per lottare. Forse il tuo cuore in questo momento è talmente chiuso nel dolore che non riesce a sentire nulla. Ascolta la tua sete d’amore, ascoltala perché è la sete del mondo intero, che chiede un’acqua che solo tu puoi dargli.

“Ma come faccio ad aiutare gli altri se ho bisogno io stesso di essere amato?”, questo mi ripetevo. Certamente, ci sono degli aiuti che ci dobbiamo, come dicevo prima: la cura di se stessi è la prima forma di amore che dobbiamo vivere. Poi però non lasciarti divorare dalle tue ferite, la cui fame non verrà mai placata. Prendi il largo!

Sì abbiamo bisogno d’amore, ma vivere l’amore sempre come un bisogno è infantile e pericoloso. Un partner per quanto amore ti potrà dare, non colmerà le tue voragini, la tua sete d’amore, la tua insicurezza. Spesso le ferite che portiamo dentro sono come i buchi neri dell’universo, non sono mai sazi, divorano stelle, pianeti e galassie intere. Inoltre è ingiusto considerare l’altro come la benda per le nostre lacerazioni. (libera cit di don Fabio Rosini)

Le tue piaghe sono destinate a diventare qualcosa di più di una pianta carnivora. Possono diventare sorgente di consolazione per la vita degli altri, come le piaghe di Gesù.

Il vero amore non è ricevere, ma donare.

I più grandi uomini della terra sono quelli che si sono sacrificati per l’umanità. Quelli più felici, quelli che hanno amato. Non ho mai visto un uomo felice perché rivendicava amore. Ne ho visti tanti felici perché si sono consumati per gli altri. Chi rivendica amore è frustrato, acido, narciso, soffocante. Chi dona amore è felice, gioioso, contagioso ed edificante.

Ci hanno fatto credere che l’amore sia un diritto! No! Non è un diritto, né un dovere. L’amore è un dono.

Ci hanno fatto credere che la felicità sia vivere un amore romantico. Scusate! Ma la verità è che la felicità è incontrare Dio e fare la Sua volontà.

Lui è la sorgente dell’Amore, con la A maiuscola. Crediamo che Lui è l’amore più grande? Vi sembrerò un bacia pile, un bigotto, ma io l’ho sperimentata la tenerezza che ricevo durante l’adorazione, la luce e la pace quando durante il giorno invoco lo Spirito Santo o leggo un brano della Bibbia in camera mia. Perché dovrei tacere? E tu? Ci hai mai provato? Prima di giudicarmi, sperimenta quello che ti suggerisco e poi raccontami quello che ti è successo.

Mi rivolgo a te, che come me ti sei sentito ostacolato nella vita e nella fede dalle sensazioni o dal bisogno che senti dentro di te. Non c’è un’unica soluzione per quello che viviamo. Nemmeno la fede è una bacchetta magica! Ma ci sono tante possibilità: come dei direttori d’orchestra dobbiamo crescere nell’arte di dirigere questa polifonia stupenda di possibilità d’amare che riempiono la nostra vita. Certamente se ti concentri solo sulle tue ferite, su quello che non hai avuto, sul bisogno che hai dentro, non risolverai nulla. Anzi! Aggraverai la situazione. Ti dispererai.

Mi domandi: “E perché non posso vivere una storia d’amore con una persona del mio stesso sesso donandomi a lui?”. Se pensi che diversamente non potrai essere felice e che questa sia la tua strada non ti voglio dissuadere. Alcune persone mi raccontano di vivere delle relazioni omosessuali serene. Non sono tra quelli che cerca sempre di trovare le falle nelle relazioni degli altri, per farsi forte della sua scelta. Ti chiedo solo di non lasciare fuori Dio da questa tua ricerca di felicità. Chiedi a Lui di mostrarti la strada da percorrere, senza paura.

Te lo dico ancora: “Non è lo status che ti impone la società a renderti felice. Ma la volontà di Dio su di te!”. Lui ti promette vita in abbondanza e la gioia piena. “La vita esuberante, magnifica, eccessiva” (cit. padre Ermes Ronchi).

Ancora: “Perché gli eterosessuali possono vivere una relazione d’amore e noi omosessuali no?”. L’amore tra uomo e donna, esiste per generare la vita, non per le cene a lume di candela. La vita è l’amore donato che si fa carne in una vita in più. So che questa risposta è insufficiente. Ma credimi! Non siamo esclusi dall’amore!

Non siamo esclusi dall’amore! Al contrario!

Io non sono nessuno. La mia esperienza di vita non è legge universale. Sperimento nella fatica di ogni giorno, nei miei limiti, nei miei alti e bassi, nelle mie cadute, la fedeltà di un Amore che mi precede e mi insegue, mi perdona, mi rialza, mi conduce per mano, mi colma, mi dà speranza ed entusiasmo. No! Non farei cambio con un altro amore. La Chiesa, mi tiene per mano in questo percorso, tramite i suoi figli, le sue figlie e i suoi doni; questo cammino dopo 36 anni non mi ha ancora deluso, ma al contrario mi riserva sorprese in continuazione, anno dopo anno.

La mia vita è un’avventura stupenda di amore!

Non dobbiamo rinunciare a nulla, ma chiedere e vivere pienamente la vita che Dio ci ha già donato.



"La vita è amore. Donala!" (Madre Teresa di Calcutta)

venerdì 6 maggio 2016

L'amore di Dio: pane e carne.



Ad Assisi il roseto di San Francesco è in fiore.

San Francesco si butta tra le spine. Si butta! Anch’io voglio buttarmi tra le onde della vita.

Non sublima le sue passioni, le mortifica. Sa che quell’istinto non porta a nulla.

Immediatamente Dio lo riveste con bellissimi e profumatissimi fiori, innumerevoli rose. Bianche e rosse! Passione e purezza, in un unico e caldo respiro.

Leggenda o realtà, non mi importa!

C’è un di più che voglio raggiungere, che anche tu puoi raggiungere. Le rose, la luce e gli angeli che circondarono Francesco, sono promessa e simbolo di quel di più.

Sublimare, mortificare?

Certamente trasfigurare! Il nostro corpo intriso di Spirito Santo come una spugna.

Si compie la legge: ameremo Dio con tutto il corpo, con tutta l’anima, il cuore e le forze!

Ci ameremo tra di noi così.

Signore ti amo con questo mio corpo e tu mi ami con il tuo corpo, fatto di pane e della carne fragile della Chiesa, dei preti, delle suore, di uomini e donne che ti amano, il corpo di chi vive ai margini.

Io ti bacio con la mia bocca, e tu mi baci con la tua bocca che io tocco con le mie dita e ascolto con le mie orecchie, che solleva e arde nel mio cuore.

E’ bello celebrare l’amore, il nostro amore sull’altare.

Mi penetra il tuo amore, nell’intimità del confessionale, dove ti mostro il mio vuoto e l’oscurità del mio corpo. Ti vedo con gli occhi, lo gusto nel mio intimo.

Affonda la mia nave, nell’oceano del tuo amore, scorri, scendi fin dentro la mia stiva. Riempimi di te.

Danzo davanti a te e canto la gioia di essere amato, non da un fantasma, non da un idolo muto, ma dal tuo corpo e la mia carne viva, ti celebra.

Spirito Santo, danza con me, portami in questa eterna danza di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo amore.

giovedì 28 aprile 2016

Può un omosessuale diventare santo?

Chi vuole diventare santo con me?

Non ho tempo per chi non si sente all’altezza. Non ho tempo di convincerti che non è vero. Non ho tempo nemmeno per chi pensa che la santità consista in un insieme di cose che si possono o non si possono fare. Non fatemi perdere tempo con i vostri precetti e le vostre raccomandazioni.

Però, se tu non vuoi accontentarti di quello “che sei o non sei capace di fare” e vuoi andare oltre, oltre le tue possibilità, allora fai al caso mio. Non si diventa santi da soli e insieme potremo farci forza.

Sono stanco di persone che hanno conosciuto Dio, ma poi si sono arresi, hanno abbassato il tiro, si sono raccontati delle scuse, scendendo a compromessi con la loro pancia, più che con il loro cuore. Desidero accanto persone che mi facciano venire voglia di volare.

Desidero ricominciare a sognare, come quando ero giovane, quando con i miei amici ci credevamo! Credevamo che fosse possibile diventare santi.

Fidati! C’è di più! Ne sono convinto! L’ho intravisto, a volte l’ho sperimentato. Sì! Come sempre poi mi sono lasciato distrarre, mi sono fatto trascinare a valle. Ma sono sicuro che se proviamo insieme ad andare oltre l’ultimo rifugio a cui siamo approdati scopriremo mondi nuovi.

Il passato è passato. E’ vero! Ci siamo ammaccati, siamo feriti, i nostri piedi sono piagati per le vesciche. Sì! Abbiamo bisogno di amore e paura di restare soli. Ma ascoltami! Sono convinto che se proviamo ad andare oltre arriveremo alla casa dell’amore e potremo bere un’acqua che risana.

L’ho visto! Chi è arrivato là ed è tornato ha il volto trasfigurato. No, non sono angeli! Gli assomigliano, ma sono uomini e donne veri. Hanno gli occhi luminosi, le mani piene di amore e dalla loro bocca esce latte e miele, balsamo e oro per le nostre vite.

Andiamo! Così come siamo. Adesso. Mi prenderò cura delle tue ferite e di quando cadi, e tu ti prenderai cura di me. Ma basta compromessi! Quelle piccole cose di cui ti accontenti, sono così pesanti che schiacciano anche me. Così, lo so, i miei errori hanno fatto inciampare anche il tuo piede. Per questo, ti chiedo mille volte perdono fratello.

Ora però io vado! Se non vuoi venire io parto lo stesso.

Forza! Andiamo! Io voglio te al mio fianco e il tempo stringe! Diamoci la mano, facciamo un respiro profondo e via. Aiutami a raggiungere la vetta da dove potremo contemplare quello che nessun uomo ha mai visto e udito. Aggrappàti alle sue piume ci lasceremo cullare dalla brezza del vento, solcheremo le onde del cielo e daremo forma alle nuvole.

mercoledì 3 febbraio 2016

Rivoglio la mamma e il papà

Mi chiamo Eliseo Del Deserto, sono omosessuale e non saprei come fare senza mia madre e senza mio padre. Non perché siano stati genitori perfetti, ma non saprei immaginarmi una vita senza di loro, senza la sete di loro, così diversi eppure così necessari.

Chiedo alle coppie omosessuali di non farsi veicolo di questa distruzione. È vero! Forse la madre e il padre sono un concetto antropologico, un archetipo, ma che scaturisce dalla verità profonda, naturale, concreta ed evidente di ogni essere umano. Siamo tutti figli di una mamma e di un papà e siamo tutti destinati in modo unico ad essere in grado di diventare padri e madri, questa è la storia biologica di ogni uomo.

Il maschile e il femminile sono inscindibilmente legati al concetto e alla reale possibilità di essere padre e madre. Siamo creati dall’amore di un uomo e di una donna, per amare e per generare. Siamo tutti figli di una mamma e un papà. Minare questo concetto significa minare la società e l’identità dell’umanità intera.

Ma voi non sentite la nostalgia di vostra madre? E quell’abbraccio forte e caldo che avete cercato, non è forse l’affetto di quel padre che avete sempre amato e dal quale vi è sempre sembrato di essere così lontani? Non sentite come la vostra identità è profondamente segnata da quest’uomo e questa donna, così diversi, così sbagliati, che ti hanno generato, amato, deluso, incoraggiato, disprezzato, abbracciato e picchiato e poi ancora baciato? Non senti che dentro di te c’è una parte femminile e una parte maschile e che non sarai mai nella pace finché queste non avranno raggiunto il loro equilibrio dentro di te? Non senti questi due fiumi scorrere dentro di te? E non senti sete quando la siccità secca uno dei due affluenti? Non dirmi di no! Non ci credo!

Non può essere! Proprio noi omosessuali che siamo famosi per quell’amore viscerale quasi fusionale per la nostra mamma, non è possibile che proprio noi la vogliamo cancellare! Noi che vogliamo ridurre la nostra mamma ad un fattore algebrico che si può interscambiare pensando che il risultato non cambi, perché basta l’amore? No! Non basta l’amore! Serve l’amore di una mamma e serve l’amore di un papà! Se quell’amore non lo troviamo lo cerchiamo per tutta la vita. Per tutta la vita! Negarlo significa censurare quest’opera d’arte che è l’uomo, com’è stato fatto a Roma per la visita di Hassan Rohani.

Mi oppongo a questo scempio! Me ne tiro fuori! Noi omosessuali lo sappiamo quanto è importante l’amore dei genitori, perché noi li abbiamo amati, li abbiamo odiati, li abbiamo desiderati profondamente. Nella notte abbiamo cercato l’odore di nostra madre per calmare la paura e negli uomini abbiamo bramato la stima e la forza, un sorriso e una stretta forte che ci facesse sentire che potevamo affrontare la vita: in loro abbiamo cercato un padre.

Io lo sento. Lo sento ogni volta che il padre lo invoco, lo desidero e mi struggo per la sua assenza.

Che egoismo mostruoso! Che narcisismo vomitevole! Non è possibile non capire quanto può essere dannoso privare un individuo dei due rami sui quali costruire la capanna della propria identità. Certo nella vita può succedere di tutto. Si può restare orfani, si può crescere con dei parenti, per strada, in una famiglia sbagliata e violenta, sì! può succedere che dei cuccioli di cane siano allevati da una gatta, ma noi non cerchiamo compromessi, vogliamo il meglio se possiamo scegliere, perciò possiamo accettare e tutelare delle eccezioni, ma non possiamo promuoverle a normalità. Non possiamo scegliere un male minore perché tanto il male esiste!

Cresceranno bambini con due papà e con due mamme. Troveranno la loro strada, la loro realizzazione e la loro felicità. Nella vita ciascuno di noi cresce con delle assenze e dei vuoti, chi ce la fa, chi no. Privare consapevolmente però è un furto, è un reato! Non tacitate la coscienza per soddisfare i vostri capricci. Non siate ladri di genitori! Ladri di mamme e papà come nel peggiore incubo che si possa fare.

No! Non siamo macchine, non sforniamo robot, se qualcosa non funziona non lo possiamo buttare, non siamo un utero, non siamo tette, non siamo testicoli da mettere in vendita per l’amore di altri. Non smembrate l’unità di corpo e spirito, di corpo e amore; non mercificate questi brandelli di essere umano.

Siamo uomini e donne. Siamo esseri umani, unità di carne e spirito, di storia, desideri, sentimenti, amore: il DNA ce lo suggerisce nonostante tutti i magheggi della scienza per cercare di bucare le password ed entrare nel mistero della vita.

No! L’amore non è amore! Non è amore volere un figlio a tutti i costi, anche sfidando le leggi della natura e dell’etica. Che siate omosessuali o eterosessuali. Non è amore! L’amore è dono! Non pretesa! I figli che sono espressione e immagine dell’amore non si pretendono, si accolgono.

Non siate mercanti nel tempio della vita.

lunedì 25 gennaio 2016

Il Papa, la famiglia e gli altri...

Ogni volta che parla Papa Francesco, bisogna fare l’esegesi di quello che dice, non perché sia difficile comprenderlo, al contrario! ma perché i suoi discorsi vengono talmente stravolti che si perde velocemente il senso reale di quello che ha detto.

Colpa anche nostra, che non leggiamo più gli articoli per intero, ma ci fermiamo ai titoloni fuorvianti dei giornali.

Se il Papa esorta la Sacra Rota, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, ad essere espressione della Misericordia di Dio e della Chiesa per quanti vivono oggettivamente nell’errore, i giornalisti come titolano l’articolo? “Il Papa dice no ai gay!”

Mi domando perché il Papa, parlando alla Sacra Rota, che certamente non si occupa di gay, avrebbe dovuto riferirsi a loro.

In realtà poi il messaggio principale del Papa era esortativo. Come dicesse: “Siate espressione dell’amore di Dio e della Chiesa”. Ma chi se ne frega dell’amore di Dio! Il Papa ha detto “ERRORE”! E chi se ne frega che si stesse rivolgendo al tribunale che lui chiama “della famiglia”, che per ora nella Chiesa cattolica è solo quella tradizionale. No! Stava parlando dei gay!

Così da una parte stanno gli omosessuali che si sentono offesi dalle parole del Papa e dall’altra i cattoliconi che già gridano “Il Papa approva il Family Daaaay!” (vedo già gli striscioni: “Voi vivete oggettivamente nell’errore! Fatevene una ragione!”)

Vediamo un po’ cosa dice il papa: “Quando la Chiesa, tramite il vostro servizio, si propone di dichiarare la verità sul matrimonio nel caso concreto, per il bene dei fedeli, al tempo stesso tiene sempre presente che quanti, per libera scelta o per infelici circostanze della vita, vivono in uno stato oggettivo di errore, continuano ad essere oggetto dell’amore misericordioso di Cristo e perciò della Chiesa stessa.

A me pare un discorso bellissimo: sta invitando ad essere misericordiosi con tutti.

Amo quel “oggettivamente”. In quella parola ci vedo un significato importante. Per noi cattolici la famiglia è solo una, all’inizio del suo discorso lo dice chiaramente: “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione” e poco dopo dà una splendida definizione di famiglia: “La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità. […] Per mezzo del matrimonio e della famiglia Iddio ha sapientemente unite due tra le maggiori realtà umane: la missione di trasmettere la vita e l’amore vicendevole e legittimo dell’uomo e della donna (...) O per meglio dire: Dio ha voluto rendere partecipi gli sposi del suo amore: dell’amore personale che Egli ha per ciascuno di essi e per il quale li chiama ad aiutarsi e a donarsi vicendevolmente per raggiungere la pienezza della loro vita personale; e dell’amore che Egli porta all’umanità e a tutti i suoi figli, e per il quale desidera moltiplicare i figli degli uomini per renderli partecipi della sua vita e della sua felicità eterna»”. Tutte le altre unioni, non sono “famiglia” secondo la Chiesa, che siano etero o gay non importa. Questo è un dato di fatto “oggettivo”. Ci possono essere mille ragioni per cui due persone sono arrivate a convivere, non importa, non stiamo valutando “soggettivamente” queste relazioni, ma oggettivamente. Come se il Papa dicesse: “Non stiamo qui a fare la morale! Quello che è importante non è capire se si è arrivati a questa scelta giustamente o meno. Quello che è importante è sapere che sono figli amati da Dio.”

Sono edificato dalle parole del Papa che davvero non si possono fraintendere, a meno che non siamo noi a volerle strumentalizzare. In ogni caso, il mio consiglio è sempre lo stesso: andate a leggere il suo discorso integrale sul sito del Vaticano e mi darete ragione.(1)

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mercoledì 20 gennaio 2016

Mancini vs. Sarri. Il calcio e l'omofobia.

Lo scontro tra Mancini e Sarri? L’ho sempre detto: “frocio” è l’insulto più in voga tra i maschi dalla pubertà in poi. Il mondo del calcio, come tutti gli ambienti dove essere maschio è particolarmente importante (bar, sport, esercito, ecc.) è omofobo (se per omofobia intendiamo una mentalità che consideri inferiori le persone omosessuali).

Da qui ad affermare come Aurelio Mancuso (leader di Equality) che ci possa essere un legame tra l’offesa rivolta dal tecnico del Napoli a quello dell’Inter ed il clima di omofobia che il Family Day, a detta sua, sta diffondendo in Italia, mi pare eccessivo. Non che io difenda particolarmente l’atteggiamento di alcuni leader o partecipanti a questa giornata, a causa di quello che mi capita di leggere sulla home di Facebook, ma non credo che sia il Family Day a peggiorare una mentalità che è tipica del calcio e dei suoi tifosi (almeno quelli più accaniti). (1)

Non è una novità! Se un uomo non sa cosa sia il fuori gioco, al 99% è gay. Se poi ama la Carrà è certo!

Scherzi a parte! Spesso gli omosessuali non amano il calcio, perché è un mondo dal quale si sono sempre sentiti esclusi. Nella cultura italiana, il calcio è lo sport maschile per antonomasia, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti. Il maschietto che fa calcio è l’orgoglio di papà. Più che di stereotipi penso si tratti di “archetipi”: cioè modelli, immagini che fanno parte dell’inconscio collettivo.

Quasi sempre questo tipo di esperienza, manca completamente nel vissuto di un ragazzo omosessuale, o pre-omosessuale. Così come manca l’esperienza dello spogliatoio: la goliardia e la confidenza tipica dei ragazzi finita la partita. Una dinamica quasi terapeutica nella formazione dell’identità maschile di un uomo: nel confronto con i suoi compagni di squadra e con il loro sostegno, il maschio conosce se stesso, il proprio corpo, le proprie forze ed impara a relazionarsi, anche a livello affettivo con gli amici del suo stesso sesso. Non è solo la famiglia che contribuisce alla formazione dell’identità del bambino, ma anche il gruppo dei pari, soprattutto quando si diventa adolescenti.

Nella mia vita avrò giocato a calcio due volte. Me le ricordo bene tutte e due. Mi ricordo di essere stato fermo al mio posto dall’inizio alla fine della partita, mentre insulti, bestemmie e palloni mi saettavano da tutte le parti. Recentemente mi è stato spiegato che al di là del fatto che io non fossi stato capace di giocare, l’insulto fa parte del gioco del calcio, così come il fallo o il fingere di aver subito fallo. Lo stadio resta un grande palcoscenico, una grande arena. Si mette in scena una battaglia e alla fine dello spettacolo si è amici come prima. Ti ho gridato le peggio cose dall’inizio alla fine, magari ci siamo pure presi a pugni. Non importa. Lo spettacolo è finito, abbiamo giocato ad essere nemici, ma ora possiamo tornare a stringerci la mano.

Nel calcio di serie A però le regole dello spettacolo sono cambiate. Ci sono di mezzo i media e la tv. Soprattutto ci sono di mezzo tanti soldi. È cambiato il mondo dello spettacolo e così il calcio. Tutto è reality! Non è più importante solo la partita, ma anche quello che succede prima e dopo. Quindi se mi hai fatto uno sgarro, la mia rabbia non terminerà con il fischio dell’arbitro, ma la porterò pure davanti ai microfoni e alle telecamere!

Tutto qui! Tirare in ballo l’omofobia e il Family Day mi sembra un’operazione eccessiva e disonesta.

In ogni caso vi prego, qualcuno mi spieghi cos’è il fuori gioco!

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(1) Non voglio perdere l’occasione di incoraggiare tutti i cattolici che parteciperanno al Family Day a mantenere un atteggiamento irreprensibile. Infatti verranno comunque calunniati e messi alla prova. Non scendete al livello di chi vi giudica! Solo perché è politica, non significhi che il fine giustifichi i mezzi, superiamo il tipico machiavellismo italiano! Sostenete la vostra battaglia con saggezza e onore.