Omofobia: gli effetti della legge.

Con questo articolo non voglio descrivere la violenza che ho subito nella mia adolescenza. Nella lettera che ho indirizzato alla scrittrice Costanza Miriano ne ho già parlato abbastanza. Vorrei raccontarvi invece di quello che è successo dopo, cioè di come si è tentato di risolvere il problema e di come in realtà la mia situazione si aggravò.

Stavo per compiere 13 anni, l’estate volgeva al termine. Arrivato a casa, corsi subito in camera e scoppiai in un pianto convulso. Mia mamma mi scoprì voltato di spalle, aggrappato al calorifero, in preda al panico. Ero appena stato picchiato, ma ero riuscito a fuggire. Ricordo le grida delle amiche “Scappaaa!”, ed io che correvo verso casa, senza fermarmi, anche quando il fiato non c’era più. Mia madre nel ritrovarmi in quello stato telefonò immediatamente al parroco, anche lei presa da una crisi di nervi. Il sacerdote non fu di grande aiuto. Questa banda, alla quale appartenevano ragazzi di tutte le età, anche maggiorenni o quasi, impaurivano pure lui.

Bisogna pensare che all’inizio degli anni Novanta il bullismo non faceva ancora notizia.

La situazione precipitò quando tornò a casa mio padre. Già mia sorella, come un’amazzone, tratto che la caratterizza ancora, era andata a farmi giustizia, ma era pur sempre una ragazzina, poco più grande di quei teppistelli. 

Quindi arrivò il turno di mio padre. Immaginatevi: la furia di Zeus. Davanti alla rabbia e alle minacce di mio papà le violenze nei miei confronti cessarono definitivamente. Tutti pensavano che la storia sarebbe terminata così. Formalmente, mio padre arrivò dove nemmeno l’istituzione scolastica ed ecclesiale era riuscita ad intervenire. L’unico che continuò a vivere nel terrore ero io. Il problema del bullismo per me si risolse solo quando all’età di 18 anni cambiammo quartiere.

Un ruolo determinante nel fenomeno del bullismo è quello degli “spettatori”: cioè coloro che non prendono posizione. Questa massa neutra in realtà si divertiva molto nel vedermi vittima di angherie e quando poteva, si univa ai più coraggiosi per, almeno, spaventarmi.

Da quando mio padre intervenne ponendo fine alle aggressioni e alle umiliazioni pubbliche, mi ritrovai completamente isolato dai ragazzi di tutto il quartiere. Il bullismo si trasformò: da sfacciato divenne subdolo. I loro sguardi carichi di odio mi avvertivano di stare alla larga. Ricordo le mezze risatine, i commenti sottovoce; non riuscivo a sentire quello che dicevano, a volte percepivo qualche parola, “gay”, “culattone”, “finocchio”, mi pareva. Sono sicuro che lo dicessero, ma in realtà non ne avrò mai le prove. 

Avevo paura di camminare solo per strada ed ancora oggi mi infastidisce passare vicino ad un gruppetto di ragazzi, se poi li sento ridere, nel fragore di quella risata mi sembra di sentire affiorare imperterrita, quella parola orribile, che come la lingua di un serpente, si insinua nell’orecchio e mi mortifica: “frocio”.

Della gita in terza media ho raccontato. La loro brillante strategia consisteva nel tormentarmi senza darmi la possibilità di denunciarli con delle prove evidenti. Mi camminavano dietro e si raccontavano film pornografici dove veniva coinvolto un ragazzo gay: soffermarsi sulla descrizione dell’omosessuale era il loro modo di umiliarmi. Potevo anche dirgli che la smettessero, ma se, come io protestavo, non ero gay (ed effettivamente ancora non ne ero consapevole) perché la cosa avrebbe dovuto darmi fastidio? Non parlavano di me e nemmeno con me. Ancora una volta mi impedivano di reagire.

Gli anni successivi, alcuni di questi ragazzi, firmarono con me apparenti armistizi. Non riuscii mai a tessere vere relazioni con nessuno di loro.

Una sera passeggiando per le strade del centro mi capitò di incontrare uno dei ragazzi più feroci. Ero all’università e non abitavo più nel mio quartiere da molto tempo. D’indole pacifica ed ostinatamente ingenuo, invece di far finta di niente, dato che stavamo camminando l’uno verso l’altro, lo chiamai per nome e lo salutai. Il ragazzo si irrigidì d’un tratto e cominciò a gridare: “Cosa cazzo saluti!” e di seguito lanciò una serie di bestemmie tremende, lasciandomi desolato a guardarlo mentre si allontanava.

Erano passati quasi dieci anni da quando mi aveva picchiato, eppure l’odio che gli provocò il mio saluto non si era assopito. Come brace su cui viene versata della benzina, il mio gesto aveva fatto divampare di nuovo un incendio.

Racconto questo perché sono sicuro che sarà l’effetto della legge contro l’omofobia, nella migliore delle ipotesi, cioè in quella che nel nostro paese una legge funzioni veramente. Mezze parole, risatine, isolamento, odio assopito che aspetterà l’occasione giusta per deflagrare nuovamente.

Se veramente esiste il problema dell’omofobia, come credo, si deve trovare una soluzione diversa. Nel mio caso ad esempio la banda dei bulletti più aggressivi proveniva da famiglie che vivevano forti disagi economici e sociali, come droga e alcolismo.

I bulli sono stronzi in modo trasversale, non preferiscono gli omosessuali.

Sono convinto che sia necessario ripartire dalla dignità della persona. Nelle scuole: educare alla dignità. In politica: assistere le famiglie, incrementare l’occupazione, migliorare le condizioni di vita, diffondere la cultura. Non basta parlare! La dignità va creata, coltivata e diffusa. Sì anche difesa: ma si difende solo ciò di cui ci si sente responsabili e, come dice Saint-Exupéry, si è responsabili di quello di cui ci prendiamo cura. Questo credo sia più importante di una legge che può solo arginare il problema temporaneamente, ma rischiare di farlo diventare un Vajont.

Ci dobbiamo prendere cura anche dei bulli, e non solo delle loro vittime.

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