Lettera ai Padri Sinodali sull'omosessualità di chi cerca Dio


Scrivo ai Padri sinodali e a tutti i Pastori della Chiesa,

il mio pseudonimo è Eliseo del Deserto, sono un omosessuale che cerca Dio, citando una nota espressione di Papa Francesco. Sono innumerevoli le lettere che sono state scritte al Papa sull'omosessualità: la maggior parte con l’intenzione di far rivedere alla Chiesa le sue posizioni in merito. Questo non è però il mio obiettivo.

Scrivo perché da molti anni pur nell’anonimato, attraverso internet, ho avuto la grazia di essere testimone proprio nelle periferie dell’omosessualità. Testimone dell'amore di Dio per tutti i suoi figli, senza discriminazioni. Subito dopo una lettera che scrissi a Papa Francesco e che pubblicai sul mio blog, ho ricevuto, e continuo a ricevere, tante lettere da tutto il mondo. La condivisione (anche di persona) con questi fratelli che vivono le mie stesse difficoltà, il mio cammino di fede e umano che nel tempo si sono approfonditi, grazie anche a un supporto psicologico e spirituale, mi portano a scrivervi perché possiate prendere sul serio la condizione dell’omosessuale che non solo cerca, ma ama Dio.

Non voglio scandalizzare e non credo di dire una novità, dicendo che anche nel clero, l’omosessualità è una situazione con la quale molti sacerdoti devono convivere. Nei seminari ci sono tanti ragazzi omosessuali. Io vi dico che quasi il cento per cento dei ragazzi che mi scrive, se non è stato in qualche ordine religioso, almeno una volta nella vita ha pensato seriamente di diventare sacerdote, io non faccio eccezione. Scrivo questo per sottolineare che parlare di omosessualità non significa sempre riferirsi a questioni etiche e politiche che coinvolgono persone lontane dalla fede.

Non mi scandalizza che un ragazzo omosessuale desideri consacrarsi a Dio. Dentro di noi abbiamo un desiderio forte di appartenere a qualcuno che ci ama (spesso desideriamo l’amore di un uomo che sia padre e madre allo stesso tempo), e di trovare una ragione superiore di vita.
Proprio ieri sera io con dei miei cari amici condividevamo il desiderio di trovare un senso alla nostra condizione, un senso per il quale vivere e sacrificarsi. Facciamo grandi sogni, ma sentiamo che le principali strade vocazionali (consacrazione e matrimonio) ci sono state precluse e che la “vocazione professionale” non può colmare fino in fondo il nostro desiderio di pienezza.

Questo è sicuramente un problema: la ricerca di un senso alla nostra condizione di vita.

Non parlo del problema della discriminazione perché trovo che se ne parli già molto.

Il secondo problema è la solitudine: l’uomo vive di relazioni e se non viviamo isolati prima o poi è molto probabile che arrivi un incontro forte, con un’anima particolarmente affine alla nostra. A quel punto la nostra fede non prevede che nasca un rapporto di coppia tra persone dello stesso sesso. Scegliere di rimanere soli sarà una scelta per quanto possibile, eroica. Ragioniamo con onestà. Possiamo chiedere questo atto di eroismo a tutti? Non ho una risposta, cerchiamola insieme, però che sia una risposta incarnata, non angelicata.

Una soluzione la possiamo trovare nell'amicizia: sono convinto che l’amicizia fino al dono di sé sia l’amore che Gesù ci chiede di vivere e che non c’è un amore più grande di questo. Sappiamo però che i sentimenti sono più complessi delle nostre convinzioni.
Penso anche alle famiglie: potrebbero essere una grande risorsa per le persone più sole. Spesso però anche le famiglie, vivono grandi difficoltà e si ripiegano sui loro problemi. Non è un invito a cena che placa la solitudine. La famiglia può farsi famiglia per chi non ne ha una?

La Chiesa soffre di queste problematiche al suo interno, e non possiamo continuare a far finta di nulla. Le ferite non curate si infettano, ma qui stiamo parlando del Corpo di Cristo. Vogliamo mandare in cancrena il Corpo di Cristo? Non c’è bisogno di falsi pudori, ma di capire, intervenire, guidare e amare. Non è solo un problema di discriminazioni vissute, nemmeno solo un problema di continenza; è un problema che riguarda la chiamata alla vita e all’amore, rivolto da Dio a ciascuno dei suoi figli. Servono delle risposte profonde, vere e concretissime.

Confido molto nel fatto che possiate prendere in considerazione le mie parole, e dare sostegno a questi vostri figli che spesso non hanno nemmeno il coraggio di chiedere aiuto, soprattutto quando sono dei consacrati.

Vi mando un abbraccio. Uniti.

Eliseo del Deserto

Commenti

  1. quello che mi interessa di un uomo non è la sua condizione sessuale, sociale, politica...economica e neppure "religiosa". Quello che mi interessa di un uomo è come e quanto è preso-impegnato con il bisogno di felicità, con il senso della sua vita, come sta andando al suo Destino. E' solo li a livello di questo bisogno, delle domande concrete che ne nascono che io mi sento amico, unito a lui. E' solo a questo livello che uno puo' trovare il compagno profondo completo definitivo, vero Non c'è alcuna differenza tra la solitudine di un etero e di un omosex: uno può stare con la famiglia, nel pieno della società ed essere solo come un cane....e ingannarsi che lui è normale. Se poi uno guarda, cerca con questo bisogno, alla luce di questa necessità dentro nel quotidiano trova, incontra certamente quello che ha bisogno, che desidera ardentemente. La risposta è li, già li...che aspetta.

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