"Amare è aprirsi a Dio e all'altro". Gli sposi si raccontano a Eliseo.





“Le persone che dentro di sé hanno un vuoto non risolvono mai i loro problemi grazie alla fusione con un’altra persona dimezzata. E’ sempre condannato al basso il volo di due uccelli con le ali spezzate.” (Irvin D. Yalom, Guarire d’amore, storie di psicoterapia, Raffaello Cortina editore)






Dopo l’ultimo articolo scritto per il blog: “Sono destinato a non amare?”, ho ricevuto delle risonanze bellissime da alcune coppie di sposi. Così ho pensato di raccoglierne alcune per creare una sinergia tra loro e chi come me è solo.

Le testimonianze che ho chiesto di scrivere a questi miei amici (non gente famosa, ma persone normali, come me e te), hanno lo scopo di dimostrare che la sorgente di ogni amore è solo Dio, e che ogni forma di amore umano, anche quella che noi riteniamo la più bella e dissetante, è insufficiente se Dio non la irriga.

Patrizia dice:
“Anche un marito o una moglie, per quanto amore ti potrà dare, non colmerà le tue voragini, la tua sete d’amore, la tua insicurezza”. Se mi aspettassi questo da Andrea, divorzierei oggi stesso. Credo che il nostro cuore chieda amore infinito perché fatto per l’Amore Infinito .”
Con queste testimonianze voglio incoraggiare i ragazzi che come me vogliono vivere la loro affettività in comunione con la Chiesa cattolica, a fidarsi di Dio, a trovare in Lui la risposta al loro bisogno d’amore. Ripeto: Dio non ci chiede di rinunciare a nulla. Scopriamo l'amore al quale siamo chiamati e non caschiamo nelle trappole che il mondo ci propone.

Chiara riprende una delle tematiche del mio articolo precedente, l’illusione dell’amore romantico. Chi più di una coppia di sposi può raccontarci dei pericoli che si nascondono nell’idealizzare troppo questo tipo di sentimento?
“Anche io ho scoperto presto il fardello con cui nasciamo e cresciamo: che l’amore trova tutto il suo compimento e la sua massima espressione nella passionalità, intesa come sensualità romantica. Algoritmo per cui, se non si va bene “a letto”, il rapporto è CERTAMENTE sbagliato. Io ho imparato che non è affatto così, che la sessualità o la passionalità sono estremamente sopravvalutate. Non voglio negarne l’importanza, anzi! Se ci sono delle difficoltà è DOVERE lavorare insieme per comprenderne le cause e “migliorare”, per goderne appieno. Il mio “ti amo” passa anche dal corpo e non può prescindere da esso. Ma non si può pensare che un rapporto d’amore sia basato esclusivamente sul romanticismo passionale. Quella è “pancia”, va e viene, va educata non può essere presa a fondamenta del rapporto. L’amore ha più a che fare con la volontà che con la “pancia”, con il desiderio, sì, ma di far felice l’altro perché è così che divento felice anche io. Chi ci ha fatti, ci ha creati paradossali: più diamo più ci arricchiamo, più ci educhiamo e più ci sentiamo liberi.”
E’ vero amore quello che pensa che l’altro sia in funzione dei nostri bisogni, e della nostra felicità? Patrizia dice:
“Che l’altro “non basta” è un vissuto “continuativo”, una sorta di leitmotiv. Andrea è una gioia grandissima, enorme, è la compagnia del mio vivere, è il bel pensiero che accompagna e rallegra ogni momento della mia giornata quando siamo distanti, è la persona più importante che ho al mondo, quella per cui affronto volentieri tante fatiche che altrimenti nemmeno oserei guardare, è la “pace” dopo le tante tempeste delle giornate lavorative, è la “casa” dove mi sento al sicuro, l’amico-fratello-sposo di cui mi posso fidare, è qualcosa di bellissimo e preziosissimo a cui non vorrei mai rinunciare per niente al mondo …ma non è la Pienezza. Anche quando tutto va per il meglio, anche quando ti vuoi bene e sei contenta del tuo matrimonio, senti sempre che comunque l’altro “non ti basta”, senti sempre quella ferita sanguinare, quel “buco” di amore di cui parli nel tuo articolo: un vuoto profondo, incolmabile che l’altro non può mai riempire.

Forse, l’insufficienza che sento, talora, sì, può essere molto parzialmente spiegata dal fatto che la sensibilità femminile è, comunque, diversa da quella maschile (Andrea, poi, è proprio diversissimo da me!). Ancora, l’insufficienza è sicuramente legata ai limiti oggettivi che inevitabilmente ogni persona ha: conosco bene i difetti di mio marito e, a volte, quando la vita mi rende più affaticata (se appunto, non attingo Altrove!), mi pesano fino a schiacciarmi e non riesco a sostenerli.

Ma tutto questo non basta affatto a spiegare l’insufficienza che sento, perché credo che si tratti di una mancanza più profonda, rispetto ai nostri diversi linguaggi o ai nostri reciproci difetti. Credo che quella che sentiamo sia una ferita, una mancanza “strutturale”, “ontologica”: l’altro non è infinito come invece è infinito il nostro bisogno di Amore. E se mi fossi sposata con l’aspettativa che fosse stato mio marito a dover riempire questa infinita fame di Amore, credo che presto avrei potuto provare nei suoi confronti solo delusione, amarezza e probabilmente risentimento e rabbia. E invece lo amo.

Mi viene in mente il Pensiero 68 di Leopardi quando parla del “non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto...”

O anche S.Agostino, che poi, di fatto, dice la stessa cosa di Leopardi: “Ci hai fatti per Te e il nostro cuore è non trova pace finché non trova Te”
Da tutte le testimonianze dei miei amici emerge che proprio quell’amore che noi sogniamo per placare la nostra “fame di carezze”, in realtà funziona solo nel momento in cui, invece di usare l’altro come “analgesico”, moriamo a noi stessi per lasciare spazio all’altro, anzi all’Altro.

Mamma Enrica dice infatti:
“Senza l’abbandono graduale di quell’io originario che tutto vuole per sé, non si attraverseranno mai le vere porte del vero dono che è il matrimonio: una misericordiosa meraviglia!”
e Giovanni:
“Mettendo Dio al primo posto siamo sempre pronti a mettere l’altro prima di noi. Questo accade dalle piccole alle grandi cose: dal mettere (nel mio caso) Angelica prima di una partita importante del campionato, all’andare a fare delle analisi che riguardano la nostra vita di coppia.”
Non solo però morire a sé stessi per l’altro, ma per gli altri. Infatti Enrica mi racconta che la vera gioia per la loro casa è stata farsi famiglia per gli altri, nonostante le croci che non le mancano. Enrica per me è un esempio evidente di come la croce vissuta nella fede possa diventare un dono. Enrica mi racconta di un’esortazione che ad Assisi le ha cambiato la prospettiva familiare:
“E poi? Quando ti sei sposato e stai bene con tua moglie? E poi? Hai un bel bambino, ecc. ecc., ma ti manca sempre qualcosa…" diceva quel sacerdote.
Questo tormentone, questa che io chiamo "sana inquietudine" (scrive Enrica) continua ad accompagnarci ancora oggi, dopo trenta anni di matrimonio, tre splendidi figli, una comunione fisica e spirituale perfetta fra di noi. E’ come una porticina sempre aperta attraverso la quale il mistero dell’amore di Dio entra all’improvviso e ti illumina fino a farti traboccare il cuore.
Alcuni esempi di questo surplus di benevolenza e tenerezza di Dio nella nostra vita familiare e dico familiare perché ci ha coinvolti tutti, persino Paolino che all’inizio aveva appena quattro anni, sono stati i nove piccolissimi “mostrilli” come li chiamava Anna, l’assistente sociale che ci seguiva, che abbiamo accolto nell’arco di circa 10 anni di affido familiare. Nove piccolissimi non riconosciuti alla nascita che poi sono stati adottati da altrettante famiglie che hanno vissuto la loro sala parto in casa nostra. Anche qui ci sarebbe così tanto da dire, perché ogni volta, ciascuno di loro e delle loro famiglie, ci ha sempre lasciato qualcosa di speciale che ci ha aiutati ad entrare sempre di più in una dimensione universale di amore e gratitudine (attraverso un bimbo di pochi giorni giungere alla consapevolezza tangibile di un progetto di bene infinito su ciascuno di noi… è come un piccolo immenso miracolo)…poi tanti altri incontri, l’attenzione verso persone in difficoltà, i nostri stessi nipoti, o figli dei nostri amici, tanti diversi modi per essere genitori e trasmettere cura ed amore, a volte anche solo una carezza o un sorriso…un “e poi” che si fa carne ogni giorno.
Non possiamo né vogliamo sapere dove ci condurrà questo tormentone sottofondo della nostra piccola storia della nostra piccola famiglia, ma i nostri cuori, il mio e quello di Carlo sono rimasti giovani (al contrario del resto…sigh).
Ecco questa è la nostra piccola e semplice esperienza, con tutti i nostri limiti e debolezze umane, ma sempre illuminata da un Padre che ci custodisce, ci chiama per nome e furbetto ci dice:<<Ehi, ragazzi…sveglia…E POI?>> .
Anche Giovanni mi parla del desiderio suo e di sua moglie di aprirsi agli altri (33 anni):
“Con Angelica ci siamo detti da subito di voler essere una famiglia missionaria, annunciare ciò che di bello Dio ha pensato per noi e per le famiglie, senza peli sulla lingua e senza fare battaglie inutili e sterili: difendere la famiglia sì, ma testimoniarne la bellezza è molto più importante. Per questo motivo sin da subito abbiamo detto che la nostra casa non ci appartiene, il suo vero proprietario è Gesù e siccome le porte del suo cuore sono sempre aperte per chi vuole entrare anche quelle di casa nostra lo sono. Ci piace essere una famiglia ad immagine di Cristo.”
Di Giovanni, Enrica, Patrizia e Chiara mi colpisce il fatto che non hanno parlato delle sofferenze che vivono. Vi assicuro che queste testimonianze non arrivano da gente a cui va tutto bene, a cui si potrebbe rispondere: “la fate facile voi”. Le loro parole sono provate al fuoco.

La sensazione che hanno suscitato in me le loro storie è quella di guardare all’amore in modo diverso. Un amore che ha davvero poco a che fare con quello dei film. Un amore che smaschera quel "romanticume" che fino a poco tempo fa mi sembrava così importante. Un amore che ha ben poco a che vedere con il mio desiderio di dormire vicino a qualcuno, di un bacio, di un abbraccio o di una carezza. Bisogni reali, ma piuttosto piccoli, davanti alla complessità dell’amore, fatto di dono di sè, di amicizia, di solidarietà, di fatica, e di una bellezza che va oltre la transitorietà. Un amore che posso vivere anche io, senza per forza formare una famiglia o avere un compagno.

Leggendo del loro amore sudato e appassionante come una maratona, scopro che per essere felice non ho bisogno di una carezza, ma ho bisogno di vivere, di aprirmi agli altri, di mettere a disposizione quello che ho, perché è proprio a forza di aspettare, cercare o idolatrare quella carezza, che si finisce col restare soli.

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